Il mio punto di vista sul rapporto tra coscienza e linguaggio è abbastanza particolare, ed è, con ogni probabilità, del tutto diverso da quello dei relatori che mi sono a fianco quest’oggi: la mia esperienza si è formata sul rapporto con la parola poetica, non solo nella lettura, nello studio e soprattutto nella traduzione di testi poetici classici e moderni, ma anche nella composizione di poesie. Come glottodidatta, inoltre, aiutando studenti stranieri a imparare la nostra lingua, ho potuto riflettere molto, sul rapporto tra identità, coscienza e linguaggio. Un terzo stimolo, ancora, me l’hanno dato le parole della Bibbia e della liturgia, con il loro spessore simbolico e il loro legame con un progetto di concreta esistenza: le ho vissute e amate non solo nell’ambito cattolico nel quale sono nato e vivo, ma anche in quello ebraico, al quale mi sono avvicinato con rispetto e venerazione, fin dal tempo degli studi universitari – portatore di una concezione singolarissima della parola e del linguaggio. Gli studi letterari, teologici e poi, ancora, psicologici, mi hanno portato sempre a incontrare quel legame sorprendente che unisce la parola e la coscienza, nell’unità del corpo animato e nell’unicità dell’esistenza di ciascuno. Vi è stato, però, anche un quarto interesse, più recente, che mi ha orientato nella riflessione: il rapporto con la scrittura per i bambini, in particolare nel campo della poesia e della filastrocca, con il coinvolgimento neuromotorio e le implicazioni psicologiche che la lettura condivisa tra l’adulto e il bambino viene a mettere in luce. Da qui partirei per tentare qualche ipotesi sulla natura del linguaggio, mentre attendo a breve l’uscita di un mio saggio dal titolo La gioia del ventaglio. Scrivere per i bambini, leggere con i bambini: su alcuni spunti di Walter Benjamin, per i tipi delle edizioni Atì di Milano.
Diversi teorici della letteratura per l’infanzia pongono l’accento sull’elemento linguistico come fonte di piacere: in effetti, i bambini hanno (o possono avere) con le parole un rapporto tutto particolare. Giocano con esse: le manipolano e le trasformano, le ripetono, le gustano, soprattutto se sono strane ed “esotiche” nel timbro. I bambini, si sa, amano i giochi di parole, i non-sense, gli scioglilingua, e ne compongono attivamente più d’uno, sia da soli sia nel gruppo dei compagni di giochi o di scuola: spesso, lo fanno parafrasando canzoni o slogan pubblicitari, e coniando nuove parole – delle quali, poi, sorridono da adulti, se pure le ricordano.
Di questo piacere nato dalla relazione infantile con le parole, che supera ogni barriera linguistica e nazionale, mi raccontò anche lo scrittore israeliano Amos Oz, quando andai a trovarlo a casa sua, ad Arad, nel 2005: mi disse che, da bambino, aveva un rapporto quasi sessuale con le parole: i genitori, lituano il padre e polacca la madre, gli avevano insegnato soltanto l’ebraico, ed egli ne godeva i suoni con reale voluttà – li ripeteva, li lasciava rotolare sulla lingua, li combinava, li permutava trasformandoli in altro, e ne traeva una gioia inesprimibile.
Penso che, nella lettura condivisa, la gioia abbia caratteristiche particolari, e che esse dipendano dalla natura del linguaggio, così come essa si rivela in quell’occasione; e che sia tanto più significativa quanto più il testo è ricco linguisticamente, nei vari elementi che compongono la lingua: significato, suono, ritmo, ecc. Su questo mi vorrei concentrare: su ciò che la lingua rivela di sé nella lettura condivisa tra l’adulto e il bambino.
Sono tante le teorie a cui potremmo riferirci: la filosofia che se ne occupa, così come la psicologia dello sviluppo del linguaggio, è quanto di più affascinante io abbia potuto incontrare nella mia vita di uomo curioso. Walter Benjamin ci racconta un’esperienza significativa:
"Salii su per un pendio e mi distesi sotto un albero. Era un pioppo o un ontano. Come mai non ne ricordo più la specie? Perché, mentre guardavo il fogliame e seguivo ilo movimento, d’improvviso in me il linguaggio ne fu talmente risucchiato che immediatamente esso attuò ancora una volta, in mia presenza, il secolare connubio con l’albero. I rami, e insieme la loro cima, si dondolavano come se stessero ponderando, oppure si piegavano come volessero opporre un rifiuto; le fronde si mostravano condiscendenti, oppure risalivano altère; il fogliame opponeva resistenza a una forte corrente d’aria, rabbrividiva di fronte ad essa o la assecondava; il tronco aveva un buon fondamento su cui poggiare; e le sue foglie si facevano ombra l’un l’altra. Un vento lieve suonava musica nuziale e spandeva subito per l’intero mondo i figli ben presto nati da tale unione".
Steso alle radici di un albero, Benjamin ha avvertito in sé il linguaggio che si manifestava, e che veniva a propria volta risucchiato dall’albero stesso: usciva a incontrarlo, e rinnovava “un connubio secolare”. In esso, non solo l’albero si faceva riconoscibile e si lasciava conoscere, ma anche acquisiva tratti e inclinazioni umane, come se avesse preso il colore di colui che lo nominava, e ne condividesse la realtà in una comune appartenenza; da questa unione, realmente coniugale, nascevano “figli”, che si sparpagliavano per il mondo.
Le parole non sono divinità: non sono una realtà altra, ma un nostro sesto senso che abilita tutti gli altri: sono “tattili”, come scriveva il poeta Paul Celan, e si protendono verso le cose che rispondono loro assumendole in sé, allacciandosi inestricabilmente alle parole che incontrano - fino ad assumerne i contorni, mentre accade lo stesso alle parole. Il bambino che impara a parlare, struttura intorno a sé e dentro di sé un mondo conosciuto e conoscibile, sperimentato e in buona parte ancora da esplorare; di conoscerlo non finirà mai.
Il mondo ci risponde, spesso, nella nostra lingua: non nel senso che siamo noi a crearlo, con le nostre parole; nel senso, piuttosto, che esso si lascia incontrare come mondo esperito ed espresso, e ci viene incontro secondo la nostra misura.
Come due sposi si influenzano a vicenda, cambiando se stessi e modificandosi l’un l’altro, l’uno in funzione dell’altro, grazie all’altro, in relazione con l’altro, fino a costruire negli anni un universo intimo e condiviso, reciproco, unico e particolarissimo, così accade tra il mondo e l’espressione umana – in quello che, giustamente, Benjamin chiama “connubio”.
Tutto ciò non accade senza gioia, anzi: senza gioia, non potrebbe in alcun modo accadere. Accade in una relazione feconda, aperta, nella quale tutto è possibile ma grazie alla quale nulla può restare ciò che è; tutto, al contempo, acquista un’identità nella quale può ritrovarsi e riconoscersi totalmente.
A due sposi che si amano, quali che siano le difficoltà della loro vita comune, succede spesso questo: sembra a ciascuno di non essere mai stato se stesso prima dell’incontro con l’altro, e che l’altro gli abbia donato l’esistere nella sua totalità. Quando un coniuge muore, dopo cinque o cinquant’anni di matrimonio, sembra che porti con sé tutto di noi, alla radice: ci sentiamo un albero divelto, sterile, privo di futuro – e consegnato, insieme, a un futuro nel quale non sarà più che l’ombra di se stesso, o un pallido fantasma di ciò che veramente è. La mancanza della relazione priva di significato ogni cosa: avvertiamo, nell’intimo, che la priva di esistenza.
C’è qualcosa di nuziale, nel linguaggio: di intimamente gioioso - nell’apertura a ciò che è altro da noi e ci sta di fronte, pronto a incontrarci e a lasciarsi corteggiare, conoscere, avvicinare, fino a unirsi a noi in una danza che ci crea nuovamente entrambi, assieme.
Nei miei nipoti che imparano a parlare, vedo spesso la gioia di farlo: la concentrazione, il desiderio di dire, la soddisfazione di esserci riusciti, che l’approvazione e la contentezza dei genitori completa e radica in loro. Dà loro gioia e soddisfazione, credo, il sentirsi parte della famiglia che hanno intorno, il sentir crescere dentro di sé la capacità di relazione; e anche, penso, il gusto delle parole da ripetere, magari, da soli - mai non lontani da casa.
Dire parole va ben al di là delle necessità materiali, evolutive o sociali: lo sviluppo del linguaggio è ben più che una strategia di sopravvivenza. Dire parole ci rende umani nel senso pieno: esseri in relazione col mondo, in dialogo con esso, fecondi con esso e grazie ad esso.
Nei bambini, che io sappia, lo sviluppo del linguaggio non è mai dissociato dallo sviluppo psicomotorio: si tratta di processi non paralleli, ma intrecciati l’uno all’altro. Il bambino indica, mostra, si protende o tocca quando nomina – lo fa anche nella lettura condivisa.
Il fatto che la gioia dei due (l’adulto che legge, e il bambino che siede accanto a lui) accada nel linguaggio e grazie al linguaggio ci può portare a riflettere su di esso in termini diversi da quelli che, talvolta, troviamo impiegati nella saggistica e nella divulgazione di argomento letterario. Le parole, è bene tenerlo a mente, non sono divinità: non sono né il vertice della realtà, né una realtà migliore e altra. Sono nella vita concreta, e la servono: non si pongono né oltre la vita, né al di sopra di essa: ne sono frutto e parte; ne sono strumento. Considerarle tali non le umilia in nulla, anzi: sono le dita che dispiegano , ai nostri occhi, un ventaglio di squisita fattura – non sono né il ventaglio stesso, né la luce che ne esalta i colori: essi esistono già, di per sé; le dita non creano ma trovano, additano, liberano, e permettono il respiro alla ripiegata intensità che toccano. Come le dita, le parole sono dotate del senso del tatto: per questo, esse sondano e scoprono, e in mille modi possono generare riconoscimento, interpretazione, emozione, comprensione – aperte, mai definitive; soggettive, e solo in quanto tali perfettamente reali.
Ciò che ne sorge è una verità relazionale: un incontro tra due realtà date, che interagiscono per ciò che ciascuna è, dinamicamente; si illuminano e si rispondono a vicenda. Non ne nasce né una terza realtà né una nuova dimensione, ma un incontro. Sono gli incontri, si sa, a cambiarci la vita e a ridisegnare, per ciascuno di noi, i confini e le luci del mondo.
"Perché il gioco, e null’altro, - ci ricorda Benjamin - è la levatrice di ogni abitudine. Mangiare, dormire, vestire, lavare, sono abitudini che devono essere iniettate nel piccolo corpo guizzante in forma ludica, secondo il ritmo di brevi versi. L’abitudine nasce come gioco, e in essa, anche nelle sue forme più rigide, sopravvive fino alla fine un piccolo residuo di gioco".
Se il linguaggio fosse creazione di realtà altra e migliore, nulla avrebbe a che fare con questa terra; se il gioco fosse anarchia deflagrante che manda in pezzi il mondo degli adulti per permettere la nascita di un mondo nuovo e opposto, inconciliabile con esso, nulla avrebbe a che vedere con i gesti quotidiani e con le abitudini delle nostre vite; il ritmo e il linguaggio che accompagnano i riti e le abitudini non presenterebbero alcuna attrattiva né per il bambino né per l’adulto.
Il bambino, anche molto piccolo, emette suoni indicando, toccando, gustando, protendendosi: le parole sono “tattili”, fin dal primo istante.
Il faut des rites: nell’intimità tra linguaggio e gesti – cioè, là dove non è possibile distinguere, né dal punto di vista funzionale né da quello qualitativo, tra linguaggio e gesti – essi si formano. Scrive Lev S. Vigostsky:
"Nel bambino molto piccolo vi è una tale intima fusione tra parola e oggetto e tra significato e ciò che viene visto, che una divergenza tra il campo del significato e il campo visivo risulta impossibile. Tutto ciò si può notare nel corso dello sviluppo linguistico nei bambini. Se si dice a un bambino: “Orologio”, egli comincia a guardare finché non trova un orologio; cioè, la prima funzione svolta dalla parola è quella di orientare da un punto di vista spaziale, di isolare aree particolari dello spazio; la parola originariamente sta a significare una zona particolare in una situazione".
Affermare che sia il linguaggio, fin da subito, ad avere una funzione direttiva significa confermare un pregiudizio piuttosto che attuare una constatazione.
I riti che nascono grazie al linguaggio rendono familiare il mondo, e trasformano in amico ciò che ci è estraneo: l’acqua, il cibo, le scarpe, i vestiti, i luoghi, le persone. Rendono il mondo disponibile, conoscibile, abitabile: rendono nostra la vita.
Ogni coppia, fin dall’inizio della vita a due, costituisce i propri riti e le proprie abitudini, la cui evoluzione è il segno tangibile del crescere dell’intimità: nascono degli script, dei “copioni” secondo i quali si svolgono i diversi momenti della giornata – il buongiorno, la colazione, il rientro, il litigio e la riconciliazione, il rapporto sessuale, il saluto… Anche per questo, è così delicato e rischioso il tempo iniziale della convivenza: in fase di creazione, si rischia di fraintendersi e di allontanarsi l’uno dall’altro. I riti, poi, devono crescere con la coppia, altrimenti finiscono per diventare una gabbia soffocante. Come una vera mitologia, devono potersi rinnovare – e ramificarsi, cambiare direzione, aggiungere elementi e altri eliminarne.
E’ significativo che essi si strutturino fin da subito in parole e gesti intimamente legati, con particolari intonazioni della voce e ritmi riconoscibili, e che tendano ad assumere un andamento narrativo; e anche che si concentrino sugli aspetti della vita quotidiana nei quali è coinvolta maggiormente la fiducia originaria, reciproca, nella quale ciascuno si sente confermato dall’altro e autenticato nella propria identità relazionale.
Uno per tutti? Il celebre “far cattleya” di Marcel Proust. La fiducia reciproca di un uomo e di una donna che si propongono a vicenda per una relazione sessuale, con tutto ciò che questo implica quanto a immagine di sé e dell’altro, emozione e timore, desiderio, esitazione e impulso, appartiene senza dubbio al campo di quella che James Hillman definisce “fiducia primaria”: la sola che implichi la reale e concreta possibilità del tradimento.
La fiducia del bambino nei confronti della mamma che lo lava, lo nutre, lo veste e lo accompagna, o del papà che lo solleva verso l’alto, è anche fiducia nell’acqua in cui s’immerge, nel cibo che inghiotte, nell’aria in cui si libra per ricadere tra le braccia del genitore. La fiducia nelle persone è tale, che può prevalere sulla sfiducia motivata verso le cose: nell’esperimento del “precipizio visivo”, il bambino si avventura su una lastra di vetro, sotto la quale intravede il vuoto, per raggiungere la mamma che lo invita, fidandosi più di lei che della propria percezione del pericolo.
Ho osservato più volte lo sgomento, il vero terrore, di un bambino che, sospinto dal genitore, si avvicina a un animale sconosciuto o mai visto: esitando e cercando conferme nell’adulto, egli protende la mano; al minimo movimento ostile dell’animale, egli si rivolge all’adulto, piange, subito lo picchia o tenta di colpirlo, e subito dopo cerca rifugio in lui: a tradire la sua fiducia non è stata la capretta che ha mostrato i denti, ma l’adulto! Questi, allora, lo consola compiendo assieme a lui il gesto di accarezzare l’animale, protendendo la propria mano assieme alla sua – cioè, condividendo con lui tanto la fiducia quanto il rischio: un eventuale nuovo tradimento sarà subìto da entrambi. Il bambino non chiede di essere messo al riparo: l’adulto che lo portasse via dalla staccionata oltre la quale si trova la capretta, faticherebbe non poco a calmarne il pianto, e lo vedrebbe poi immusonito e imbronciato a lungo. Il bambino chiede, invece, che il rischio sia condiviso, in una fiducia reciproca.
Nella costruzione di quello che James Hillman chiama “romanzo familiare”, entrano a pieno titolo “le abitudini costituite come gioco” di cui ci parla Benjamin: soprattutto, quelle che si sono formate “secondo il ritmo di brevi versi” – con l’aiuto di storie, filastrocche, personaggi di cartoni animati o di fiabe, che l’adulto utilizza nell’interazione con il bambino assieme ai giocattoli. Quello che si immerge nella vasca è il pesciolino del film della Walt Disney; quella che fa i tuffi in piscina è il delfino del cartone animato, o la sirenetta che si immerge saltando dallo scoglio sul quale ha visto il principe addormentato. In questo senso, la narrazione è sostanzialmente un giocattolo, ed entra nella relazione con l’adulto come tale. Il gioco, a sua volta, va nella direzione dell’edificazione di questa “fiducia primaria”, che coinvolge, a partire dalla relazione, tutti gli ambiti della realtà: oggetti, luoghi, elementi, persone – radunati in un unico orizzonte di confidenza.
Questo processo di lettura di sé e del mondo, che trasforma il mondo stesso in una casa abitabile e abitata, non riguarda solo il bambino: può avere luogo solo se è condiviso dall’adulto, cioè, se anche l’adulto lo vive, dal suo punto di vista e nella propria identità, con pari abbandono e pari convinzione.
Per il genitore, questa fase della vita del figlio può essere davvero un momento di vitalità estrema, di revisione di sé e di rilettura del mondo, di riscrittura del proprio “romanzo autobiografico”. L’adulto che non si renda disponibile a questa avventura tenderà a vivere una profonda insoddisfazione nel rapporto con il figlio piccolo, imputandone la colpa a sé e al bambino in pari misura. Il bambino, infatti, non è l’unico che cresca, né l’unico che modifichi se stesso: anche l’adulto lo fa, ed è essenziale che sia disponibile a farlo. Il bambino, si sa, non può rifiutarsi alla crescita: l’adulto, invece, sì – e anche con ostinazione, mutilando, in ogni età della vita, la propria fecondità.
Il racconto si colloca qui: non è senza scòpo, né senza significato:
"la costruzione del Sé tramite la sua narrazione – ci insegna Jerome Bruner – non conosce né fine né pause, probabilmente oggi più che mai. E’ un processo dialettico, un atto di bilanciamento. E malgrado i sermoni che ci diciamo sulle persone che non cambiano mai, queste cambiano, riequilibrano la loro autonomia e i loro impegni, quasi sempre in una forma che onora quel che erano in passato. […] Una costruzione narrativa del Sé di una certa ampiezza tenterà di parlare a nome di tutti […] continuiamo a costruire noi stessi mediante narrazioni. […] Il talento narrativo contraddistingue il genere umano tanto quanto la posizione eretta o il pollice opponibile. Sembra che sia il nostro modo naturale di usare il linguaggio per caratterizzare quelle onnipresenti deviazioni dello stato di cose previsto che contraddistingue la vita in una cultura umana. […] il Sé è un prodotto del nostro raccontare e non qualche essenza da scoprire scavando nei recessi della soggettività".
I bambini sono là dove si narra, si parla, si ascolta – anche là dove si narrano assurdità, ci si parla per frasi fatte o non ci si ascolta affatto; là dove ci si ama teneramente, dove non ci si ama per nulla e dove ci si ama come si può; anche là dove si covano rancori sordi, si compiono violenze inaudite e si perpetuano lotte senza quartiere né legge.
Come la cultura, nel senso in cui la intende Bruner, non è monolitica, così non lo sono le nostre storie; la cultura di un gruppo umano (quel patrimonio di rappresentazioni, interpretazioni, percezioni, significati, strategie, identità, idee, sensazioni, condivisioni che è necessario avere per vivere nel tempo che scorre e che trasforma le cose, ci cambia e ci pone continuamente di fronte al nuovo) ha una vitalità dialettica che ne riflette la vivacità originaria: la dinamica capacità di crescita.
Nell’esperienza della lettura condivisa, il tempo è dilatabile: ciò che lo riempie, non sono solo i contenuti della storia, ma anche le emozioni che vengono attivate: però, non è solo la storia che attiva emozioni, né le sole illustrazioni: lo fanno anche l’occasione, la relazione, la corrispondenza tra l’adulto e il bambino. L’attivazione è massima quando sono presenti nella lingua alcuni elementi come il ritmo, la musicalità, il timbro che varia. Le diverse fonti di attivazione si rafforzano e si integrano a vicenda: formano un corpo unico, a livello psicofisico – anche per l’adulto: egli le sa, però, distinguere, gestire o controllare. Penso che buona parte del piacere, della gioia dei due, venga dalla percezione totale, psicofisica, alogica e spontanea del legame di fiducia e di reciprocità, che avviene grazie al linguaggio: fa sentire il bambino sicuro e avvolto, mentre l’adulto si sente in parte avvolgente e protettivo, e in parte, invece, a propria volta racchiuso in un cosmo ospitale.
Forse, la lettura condivisa di un testo narrativo ad andamento ritmico facilita al massimo questa gioia: se è vero che “la ripetizione”, il “fare sempre di nuovo” è “la legge del gioco infantile”, come osserva Benjamin – difficile, direi, dargli torto -, c’è da chiedersi quale valore abbia il ritmo in questo contesto.
Nella lingua quotidiana, parlata, l’attenzione nei confronti degli elementi musicali della lingua è molto bassa: la pulsazione ritmica tipica della nostra lingua (cioè, l’accento tonico, intensivo) fa comunque da elemento di riconoscibilità delle parole - benché siano varie, nelle diverse parlate italiane, la qualità e la quantità dei fonemi (per non dire dell’andamento musicale, degli impieghi sintattici, della distribuzione dei membri nella frase).
Quando ci si dispone a leggere o ad ascoltare un testo narrativo, la percezione della lingua varia immediatamente: è come se si fosse inserito, nel cervello, un altro registro percettivo – ciò comporta una diversa attivazione, tanto cognitiva quanto emozionale e motoria. Chi legge imprime spontaneamente alle parole un andamento ritmico: articola la voce più in basso, rallenta, scandisce – non si limita ad aumentare l’intensità dell’emissione sonora sulle sillabe accentate, ma chiarisce la quantità e la qualità delle vocali, percorre con chiarezza i gruppi consonantici, tende a dare regolarità alla lettura, valorizzando le combinazioni ritmiche al di là del valore semantico delle parole e dell’andamento del discorso, e ad ignorare nella lettura le pause logiche, o meglio: a crearne di nuove, evidenziandole con il timbro della voce. Se il testo è ritmico, ciò accade con straordinaria facilità; succede, però, anche con testi in prosa.
Nel testo ritmico, come nella filastrocca, lo spessore semantico delle singole parole subisce alcune trasformazioni:
- ritmi e suoni veicolano direttamente sensazioni e atmosfere, e l’accesso all’emotività è immediato: ciò è atteso e preparato. Penso che tutto ciò passi per l’attivazione motoria che è sempre presente nell’attivazione dei centri del linguaggio: la corteccia motoria si attiva, e così i centri delle emozioni. Il ritmo e le componenti musicali tendono a regolare su di sé il respiro, il battito cardiaco, le modifiche della conducibilità elettrolitica della pelle, , la pressione arteriosa, il tono muscolare;
- la ricorrenza degli schemi fonico-ritmici tende a marcare confini e significati, ma anche a togliere spessore semantico (un diminutivo in rima, ad esempio, non viene percepito più di tanto come diminutivo in senso semantico, ma tende a far prevalere il proprio aspetto sonoro, inserendosi nel contesto e confermandolo);
- un termine poco noto ma in contesto di forte musicalità tende a essere ugualmente compreso, mentre un termine ignoto, alle stesse condizioni, non turba il godimento del testo, anzi: viene facilmente ricordato e ripetuto; la rima ricca (l’italiano, a differenza dell’inglese, ha un’altissima rimabilità), semantica o meno, è percepita immediatamente come segno certo della caratteristica musicale del testo, e ne orienta la fruizione in questo senso (ai bambini, inoltre, piace molto completare autonomamente il testo là dove cade la rima).
Il ritmo rassicura: fornisce una base di ritmo vitale, come il battito cardiaco, che è percepita a livello psicofisico. Vi sono dei ritmi originari, interni, che il ritmo di un racconto, nella situazione di reciproca fiducia, aiuta a fare propri e ad accettare: il cuore, il sangue, il respiro. In senso archetipico, il ritmo è garanzia di permanenza.
E’ l’esatto contrario del tempo consumistico, quello del rapido burn-out, del nevermore, della novità che annulla e cancella tutto ciò che l’ha preceduta e chiede una sempre nuova autenticazione dell’esistere, che non è affatto scontata – il tempo che ci angoscia tutti, perché tutti vi siamo sottomessi. A differenza dei nostri bisnonni, che morivano in un mondo assolutamente identico a quello in cui erano nati, noi siamo immersi in un fluire che ci spiazza, che modifica tutto ciò che ci sta intorno: intimamente, ce ne sentiamo minacciati. Il fluire di istanti scollegati l’uno dall’altro, assolutamente nuovi, pregiudica la nostra permanenza, che è concepita da chiunque in termini di ripetizione: “ancora una volta” – alzarsi, respirare, sentire il battito del cuore, arrivare a sera, vedere il sole tramontare, addormentarsi, risvegliarsi… il ritmo delle stagioni, che quasi non avvertiamo più (pochi di noi sanno ancora quale sia la stagione esatta delle fragole, quale quella delle mele o quella delle pesche…), ha questa legge della ricorrenza, che sola ci rassicura: alla primavera seguirà l’estate, e poi un altro autunno, e un altro inverno… tornerà la neve, torneranno, a maggio, le rose…
Forse, anche per questo – per il tempo industriale, del mercato e del consumo – la nostra è l’epoca delle nevrosi, delle coazioni a ripetere in tutto ciò che è legato al tempo e al destino: il gioco, il sesso, gli stupefacenti, l’alcool… per questo, forse, il desiderio di restare identici, di continuare a fare, “ancora una volta”, le cose che si sono sempre fatte, fuggendo con orrore la modifica delle abitudini, dei comportamenti e delle possibilità che il mutare del corpo, nel tempo, comporta (è diffusissimo l’impiego della chirurgia estetica per cancellare i segni naturali dell’invecchiamento, già verso i trenta-trentacinque anni; il viagra e la cocaina vengono utilizzati per non veder diminuire le proprie prestazioni sessuali, come è normale che accada, invece, in un uomo di mezza età…).
La rassicurazione, nella lettura condivisa di un testo ritmico, agisce tanto sull’adulto quanto sul bambino.
Il ritmo rende ripetibile la storia: la rende riconoscibile, familiare. La rende facile da ricordare, così che le emozioni positive possano essere richiamate anche in altri contesti. Fornisce alla creatività della voce e della mimica, sia dell’adulto che del bambino, una base adatta alla liberazione di energia e fantasia, come un trampolino di lancio – per entrambi. E’ imitabile e applicabile in un processo di interpolazione: altre realtà vi si possono calare, e stupire per bellezza e libertà. Inoltre, come osserva Benjamin, la narrazione ritmica garantisce la possibilità di “superare il terrore di certe esperienze originarie mediante lo smussamento, l’evocazione sbarazzina, la parodia, ma anche di gustare ripetutamente nel modo più intenso trionfi e vittorie”, perché rispetta la ripetizione come legge del gioco infantile, in rapporto ai ritmi originari.
Benjamin fa notare che “l’adulto libera il suo cuore dal terrore e gode di una doppia felicità, raccontando”: ciò è indiscutibilmente vero! Tanto più nel racconto ritmico, l’adulto trova sollievo, inconsciamente, e prova una gioia della quale non si rende ragione, ma che lo affascina e alla quale non rinuncerebbe per nessun motivo. Forse, il ritmo lo pone, a livello profondo, alogico, in un mondo sicuro, vivibile, abitabile e riconoscibile, in cui la permanenza è garantita e la morte non ha potere: in esso, egli introduce il suo bambino.
La componente ritmica di un testo che si presenti come filastrocca, inoltre, rende più chiara e gioiosa l’aspettativa dei due: essi si dispongono alla gioia della lettura condivisa – che, per lo più, è ritualizzata: ha un suo preciso luogo nella casa, e nello scorrere della vita quotidiana (dopo cena, prima di dormire, la domenica dopo pranzo; a letto, in salotto, sul divano verde, sulla poltrona grande…). Tutto si compie identico: così dev’essere.
Penso che gli elementi musicali della lingua vengano sempre e comunque percepiti ed elaborati come tali: ciò che ne caratterizza la percezione, mi sembra, è l’attivazione motoria ed emozionale al tempo stesso, oltre a quella cognitiva. Nella lettura condivisa, tutto ciò è presente al massimo grado - nella fiducia originaria che lega i due, e li trasforma nel gioco del racconto.
“Come specie – nota Oliver Sacks – siamo creature musicali non meno che linguistiche”. Il fatto che le parole si presentino con suoni, ritmi e quantità in evidenza fa sì che la nostra percezione muti radicalmente, e che siano loro aperte, in noi, altre porte d’ingresso. Ci disponiamo ad accoglierle in modo peculiare, come se la coscienza e la percezione si adattassero a ricevere un altro tipo di linguaggio – o piuttosto: un altro valore del linguaggio.
Lo psichiatra americano Antony Storr, autore di Music and the mind (un saggio stupendo, purtroppo non tradotto in italiano), sottolinea – secondo Oliver Sacks, la cui sintesi è insuperabile – "come in tutte le società una delle principali funzioni della musica sia collettiva e comunitaria: quella, cioè, di riunire gli individui, stabilendo fra essi un legame. […] Questo legame è realizzato dal ritmo: un ritmo non solo udito, ma interiorizzato in modo identico da tutti i presenti. Il ritmo trasforma gli ascoltatori in partecipanti: fa dell’ascolto un processo attivo e motorio, e sincronizza menti e cervelli (ma anche ‘cuori’, giacché l’emozione è sempre intrecciata alla musica). E’ molto difficile mantenersi distaccati, resistere e non farsi trascinare nel ritmo del canto e del ballo. […] Proprio come le rapide oscillazioni neuronali stabiliscono il legame fra diverse parti funzionali all’interno del cervello e del sistema nervoso, allo stesso modo il ritmo stabilisce il legame fra i sistemi nervosi dei singoli individui appartenenti a una comunità umana".
L’adulto che legge a ritmo, variando la voce, scandendo, facendo risaltare la quantità delle vocali e mimando con il volto e con i movimenti del busto e delle mani, non sta “bamboleggiando”: si sta incontrando con il suo bambino sul terreno della fiducia primigenia, in un mondo abitabile per entrambi. Realmente, la lettura condivisa, con il suo elemento ritmico e musicale, li “sincronizza” dal punto di vista motorio ed emozionale. Sacks riporta anche un pensiero di Merlin Donald:
"il ritmo […] è una capacità mimetica integrativa correlata sia alla mimesi vocale sia a quella visuomotoria. […] L’abilità ritmica è sopramodale: in altre parole, una volta stabilito un ritmo, può essere ripetuto facendo appello a qualsiasi modalità motoria, comprese le mani, i piedi, la testa, la bocca o il corpo intero. A quanto sembra, questa capacità è in grado di auto rinforzarsi, proprio come si auto rinforzano l’esplorazione percettiva o il gioco motorio. Il ritmo è, in un certo senso, la quintessenza dell’abilità mimetica".
Sacks si diffonde nell’analisi della memoria musicale, e nota come “molte delle nostre associazioni musicali sono di natura verbale, a volte spinte all’assurdo”, e fa notare come basti la sola immaginazione ritmico-musicale a stimolare la corteccia motoria, provocando l’attivazione immediata dei centri delle emozioni; al ritmo, sembra attribuire un valore fondamentale, ritenendolo un elemento primigenio.
Non è solo il bambino ad addormentarsi quieto dopo la filastrocca: accade anche all’adulto, spesso. Entrambi si consegnano in pace all’incoscienza del sonno, e si affidano al tempo pur sapendo di essere alla sua completa mercé: si fidano di loro. Il ritmo e la musicalità del linguaggio, lo spessore semantico della storia, la fiducia reciproca dell’adulto e del bambino e la loro parallela fiducia nel mondo si mutano in respiro regolare, rilassamento dei muscoli, pacificazione gioiosa dei pensieri. Permettono al tempo di fluire attraverso il loro corpo: accettano il rischio, e si abbandonano alla notte.
E’ questa la gioia dei due? Sì, è questa.
In una storia, soprattutto se ritmica, musicale, non ci sono solo elementi sonori: vi è una fantasia in atto, che alla fantasia fa appello. Uno spunto di Benjamin sul potere della fantasia inteso come il dispiegarsi di un ventaglio è quanto di più illuminante possa esistere – soprattutto per chi ha compreso che è questo l’interlocutore dello scrittore per l’infanzia: la gioia dei due, nella fiducia originaria.
L’esperienza che Benjamin riferisce – la facoltà di ritrovare una persona amata in tutto ciò che leggiamo – lo porta
"a questa conclusione: il potere della fantasia è il dono dell’interpolare nell’infinitamente piccolo, di inventare per ogni intensità tradotta in estensione una nuova, densa pienezza, insomma di prendere ogni immagine come se fosse quella del ventaglio ripiegato, la quale respira solo aprendosi e nella nuova dimensione mette in evidenza quei tratti della persona amata che racchiude in sé".
In primo luogo, mi ha colpito il fatto che ciò accada quando si pensa a una persona amata, e in nessun’altra occasione: in ciò che ci viene incontro come altro, narrato, e che dunque accogliamo nella nostra vita secondo particolari modalità, ritroviamo ciò che amiamo: ciò da cui ci sentiamo amati, e che temiamo di deludere o di perdere.
Alla fantasia del bambino e a quella dell’artista, spesso, viene attribuito un carattere anarchico: una assoluta libertà, ignara di limiti, svincolata da regole e da intenzioni precise, gratuita – un imprevedibile ippogrifo che ci trasporta in cieli altri, vincendo la gravità e la pesantezza che ci legano alla terra. A entrambe, comunque, si attribuisce un carattere di veridicità e di superiore conoscenza, diretta e intuitiva: esse guardano il mondo dall’alto, in prospettiva rapida, per folgorazioni. Ciò ha diversi presupposti impliciti: lo scarso valore della terra rispetto al cielo nel quale il volo si svolge, ad esempio; l’illogicità del mondo, la sua costitutiva irrazionalità; la falsità di tutto ciò che lo organizza nella conoscenza; l’inadeguatezza e la mediocrità delle relazioni sociali. Sul mistero della creatività ci si è interrogati a lungo, da Platone a Freud, a Heidegger, a Elemire Zolla e a Hillman, e nulla è ancora chiaramente acquisito.
Lo spunto di Benjamin ci porta molto lontano – nel cuore della gioia dei due, che avviene nel linguaggio condiviso, e che ci parla della natura stessa del linguaggio.
“Inventare”, nel senso latino: trovare ciò che c’è.
“Interpolare”: non esercitare un arbitrio, non progettare una fuga, ma ascoltare, scoprire – più tenacemente permanere.
Cogliere “l’intensità” che è presente, e “tradurla in estensione”: dispiegare un ventaglio ripiegato, aprirlo più e più volte, certi che la sua bellezza esista tra le pieghe minute della stoffa.
Condurre ciò che esiste a una pienezza nuova: aprire e lasciare che tutto respiri, in una nuova dimensione di fecondità – e in essa riconoscere i tratti di ciò che amiamo: di ciò che vogliamo amare, perché lo sappiamo degno d’amore.
Incontrare nuovamente, e con la massima felicità possibile: questo è nominare le cose.
Questo soltanto permette la gioia come liberazione – come “sostanza di vita liberata”.
Il ventaglio che così apriamo, con gesti adatti, frutto di disciplina e di ubbidienza, sembra rispondere con identica gioia: rivela figure, colori, significati, gesti, voci, universi. Si fa saporito, gustoso: commestibile, nutriente. Scrisse Agostino: “nutre la mente soltanto ciò che la rallegra”, e non aveva torto!
Questo fa il bambino, questo chiede di poter fare: imparare con noi la dolorosa e stupenda fedeltà alla terra e al tempo - la sola che ci salva.
Tutto ciò accade nel linguaggio!
E’ verso questo vero e proprio “pasto”, verso questa nutrizione comune che si orienta la lettura condivisa, e ogni scambio linguistico tra un adulto e un bambino: per noi, adulti, sarà forza e luce per la vita, liberazione, libertà di esistere. Questo va chiesto alla parola, quale che sia, perché questa è la natura del linguaggio. In base a questo si può giudicare e distinguere, discernere, approvare o respingere.
La terra è degna d’amore, quale che sia la nostra situazione; i nostri figli che imparano a parlare possono amarla con noi, e insegnarci ad amarla. Essa è tragica o stupenda, o tutt’e due le cose insieme: mai è banale – ne sono intimamente convinto.
Parlare significa abitare la terra: nient’altro, con tutto l’essere. Incontrare se stessi e il mondo, nella verità che ci dona l’uno all’altro: in una relazione stupefacente, perchè nuziale e feconda.
0 commenti:
Posta un commento